Edizione 2026: cosa è cambiato dal 2018, cosa non è cambiato affatto e cosa avevo scritto male
Otto anni fa ho scritto un articolo intitolato «Quattro semplici regole per evitare perdite quando investi nel mercato azionario». L’ho ripreso in mano in questi giorni, con l’idea di rinfrescarlo un po’ e rimetterlo in circolo. Rileggendolo mi sono accorto che l’operazione onesta era un’altra: separare tre categorie di frasi.
- Quelle che il tempo ha confermato.
- Quelle che il tempo ha smentito.
- Quelle che erano scritte male già allora, e che nel 2018 nessuno mi aveva contestato.
Riscrivere l’articolo tacendo le ultime due categorie sarebbe stato comodo e inutile. Ho scelto la strada opposta: questo testo dice apertamente dove il ragionamento del 2018 ha retto e dove no. Non perché mi piaccia l’autocritica, ma perché un metodo che non si lascia falsificare dai fatti non è un metodo: è una convinzione travestita.
Un investitore si riconosce da come reagisce quando i dati gli danno torto, non da come si comporta quando gli danno ragione.
1. COSA È CAMBIATO DAVVERO DAL 2018
Il rendimento è tornato. E questo cambia tutto
Nel 2018 scrivevo che i titoli di Stato si erano rivelati «rischiosi e privi di rendimento». Era una fotografia corretta di quegli anni, ma è la prima frase da cancellare. Oggi, ad agosto 2026, il BTP decennale rende intorno al 3,9% lordo, il titolo a un anno viaggia sopra il 2,7% e lo spread contro il Bund è sceso in area 80 punti base. Il rendimento, semplicemente, è tornato.
Non è una nota a piè di pagina: è il fatto che ribalta l’impianto argomentativo del 2018. In quegli anni si investiva in azioni anche per esclusione, perché l’alternativa priva di rischio rendeva zero. Oggi l’alternativa esiste e paga. Questo non rende il mercato azionario meno interessante, ma alza l’asticella: chi propone un investimento azionario oggi deve spiegare perché quel rischio è preferibile a un rendimento nominale certo del 3-4% a scadenza. Nel 2018 bastava dire «non c’è alternativa». Oggi non basta più, ed è un bene.
L’inflazione non è più un’emergenza, ma non è sparita
Il secondo aggiornamento riguarda l’inflazione. A luglio 2026 i prezzi al consumo in Italia crescono del 2,8% su base annua secondo le stime preliminari Istat, in rallentamento dal 3,0% di giugno, con una componente di fondo ferma all’1,6%. Non siamo più negli anni della corsa a due cifre dell’energia, ma il conto corrente resta un luogo dove il potere d’acquisto si erode in modo lento e silenzioso, perché la liquidità sui conti continua a essere remunerata poco o nulla.
La differenza rispetto al 2018 è di natura, non di intensità: allora l’inflazione era un rischio teorico che quasi nessuno percepiva, oggi è un’esperienza che tutti hanno vissuto sulla spesa e sulle bollette. Chi lavora in educazione finanziaria non deve più convincere nessuno che l’inflazione esiste. Deve aiutare a non reagirvi in modo emotivo.
La tecnologia che avrei dovuto nominare non era la blockchain
Nel 2018 indicavo la blockchain come la tecnologia destinata a trainare la crescita dei decenni successivi. Otto anni dopo, il motore narrativo e finanziario dei mercati è stato un altro: l’intelligenza artificiale. Avevo ragione sulla direzione e torto sul nome.
È un errore piccolo con una lezione grande, e la lezione è esattamente il contrario di quella che verrebbe da trarre. Non è «la prossima volta punterò sulla tecnologia giusta». È: nessuno sa in anticipo quale sia la tecnologia giusta, quindi non si costruisce un portafoglio su una scommessa tematica. Tanto più oggi, in una fase in cui la quota di capitalizzazione legata all’intelligenza artificiale è talmente concentrata che una parte del dibattito professionale si interroga apertamente sul rischio di bolla. Un portafoglio ampio incorpora anche il tema dominante del momento senza dipendere da esso.
2. CIÒ CHE NON È CAMBIATO: NON È LO STRUMENTO, È IL COMPORTAMENTO
Questa è la parte del 2018 che i fatti hanno confermato senza sconti. Proteggere i risparmi non dipende dall’esistenza di uno strumento «sicuro», ma da un comportamento coerente nel tempo. Servono coordinate scritte prima, quando si è lucidi, perché nel momento in cui il mercato scende la lucidità è la prima cosa che si perde.
Il banco di prova più recente è l’aprile 2025. L’annuncio dei dazi statunitensi ha prodotto una correzione superiore al 10% sull’indice S&P 500 nel giro di pochissime sedute, con un’ondata di volatilità che ha riportato molti risparmiatori davanti alla domanda «esco o resto?». Chi ha mantenuto la rotta ha visto l’anno chiudersi con il terzo rendimento consecutivo a doppia cifra sul mercato statunitense. Chi è uscito nei giorni del panico ha trasformato una oscillazione in una perdita definitiva.
Non lo scrivo per dire che restare investiti funziona sempre. Lo scrivo perché è il caso concreto, recente e verificabile, in cui il comportamento ha pesato più dello strumento.
3. PRIMA REGOLA: INVESTIRE NELL’ECONOMIA GLOBALE
Investire nell’economia globale, e non in singoli titoli o nella moda del momento, resta il primo passo. Ma il modo in cui l’ho argomentato nel 2018 va corretto in due punti.
Il primo. Scrivevo che la crescita economica è «l’unica cosa di cui siamo certi da 5000 anni». È una frase a effetto e storicamente falsa: la storia economica è piena di secoli di stagnazione e di regressione. La formulazione corretta è più prudente e regge meglio: negli ultimi due secoli, e in modo particolarmente marcato negli ultimi cinquant’anni, l’economia globale nel suo complesso ha prodotto crescita, e non esiste oggi un’evidenza solida che questa tendenza si stia invertendo. È diverso da «siamo certi».
Il secondo. Nel 2018 citavo il dimezzamento della povertà estrema. Il dato oggi va aggiornato, e va aggiornato anche il tono. La Banca Mondiale ha rivisto nel giugno 2025 la soglia di povertà estrema da 2,15 a 3,00 dollari al giorno: sulla nuova soglia, le persone in povertà estrema passano dai circa 2,3 miliardi del 1990 a circa 831 milioni nel 2025, ovvero circa una persona su dieci nel mondo.
Il progresso, quindi, c’è stato ed è enorme. Ma va detta anche la seconda metà del dato, che nel 2018 avrei probabilmente omesso perché rovinava la narrazione: il ritmo si è drasticamente ridotto. Tra il 2013 e il 2019 circa 150 milioni di persone erano uscite dalla povertà estrema; le proiezioni per il periodo 2024-2030 indicano un numero molto inferiore. La crescita globale prosegue, ma è più lenta e più diseguale di quanto lasciasse intendere l’articolo originale.
Rimane invece pienamente valida l’osservazione di partenza: la nostra percezione del mondo è deformata dal microcosmo in cui viviamo e dal fatto che le buone notizie non fanno notizia. Il punto operativo è questo: un portafoglio globale non è un atto di ottimismo, è un modo di non dipendere da una singola area geografica, da un singolo settore e da un singolo ciclo politico.
4. SECONDA REGOLA: SELEZIONARE STRUMENTI E MERCATI EFFICIENTI
Un mercato è tanto più efficiente quanto più è ampio, liquido e partecipato: molti operatori, nessuno dei quali in grado di condizionarne da solo l’andamento, e prezzi che incorporano rapidamente le informazioni disponibili. Un mercato concentrato su pochi titoli e pochi settori incorpora meno bene l’economia che dovrebbe rappresentare.
Qui però c’è la mia previsione peggiore, e vale la pena guardarla in faccia. Nel 2018 scrivevo che il mercato italiano era «ancora in negativo dai massimi pre-crisi» e ne ricavavo un giudizio di inefficienza strutturale. Da allora è successo l’opposto: il FTSE MIB ha chiuso il 2025 con un rialzo superiore al 30%, guadagna circa il 18% da inizio 2026 e in queste settimane ha superato quota 54.000 punti, nuovo massimo storico, risultando il migliore tra i principali listini europei dopo tre anni consecutivi di performance positive. Chi avesse letto il mio articolo del 2018 come un invito a stare lontano da Piazza Affari avrebbe lasciato sul tavolo uno dei rialzi più forti d’Europa.
Detto questo, il rialzo non dimostra che la tesi di fondo fosse sbagliata. Ne dimostra la formulazione sbagliata. Il problema di un mercato ristretto non è che «rende poco»: è che può farti aspettare per decenni, e la sua composizione ti espone in modo sproporzionato a pochi settori. Due dati lo illustrano meglio di qualsiasi opinione.
- Il FTSE MIB, che è un indice di prezzo e non include i dividendi, aveva toccato il suo massimo nel marzo del 2000 poco sopra i 50.000 punti: sono serviti circa ventisei anni per riportarsi stabilmente su quei livelli.
- Il mercato giapponese ha recuperato il massimo del 1989 soltanto nel 2024: trentaquattro anni di attesa per chi aveva investito sul picco.
Trentaquattro anni sono più lunghi di gran parte degli orizzonti di investimento reali di una famiglia. Il senso della seconda regola, quindi, non è «evita l’Italia»: è non affidare il proprio futuro finanziario alla borsa di un solo Paese, qualunque esso sia, perché il rischio non è il rendimento, è il tempo di recupero.
5. TERZA REGOLA: IL TEMPO DELLE AZIONI
Un mercato azionario ampio ed efficiente tende a incorporare la crescita economica, ma lo fa nel lungo periodo. Nel breve, a muovere i prezzi sono i fattori emotivi, speculativi e di liquidità. Per questo dieci anni restano, nella mia esperienza, l’orizzonte minimo sotto il quale la componente azionaria non dovrebbe essere considerata.
Con una precisazione che nel 2018 non avevo fatto e che è doverosa: dieci anni sono un minimo storicamente ragionevole, non una garanzia. I casi italiano e giapponese appena citati dimostrano che un singolo mercato può restare sotto il proprio massimo per un tempo molto superiore. È proprio la diversificazione globale a rendere quel minimo un riferimento sensato: riduce la probabilità di attese ventennali, non la azzera.
6. QUARTA REGOLA: LA REGOLA CHE HO RISCRITTO DA CAPO
La quarta regola del 2018 diceva: ogni volta che il tuo investimento azionario perde più del 30%, investi altri risparmi. L’idea di fondo, comprare quando i prezzi scendono, resta corretta. La regola così com’era formulata, però, non funziona nella pratica, per quattro motivi che nel 2018 non avevo considerato abbastanza.
- È un evento raro. Su un indice azionario globale i ribassi dell’ordine del 30% si contano sulle dita di una mano negli ultimi venticinque anni: la crisi delle dot-com, la crisi finanziaria del 2008 e la discesa del marzo 2020. Una regola che si attiva tre volte in venticinque anni non è un piano operativo, è un’eccezione.
- Presuppone liquidità disponibile proprio quando è più a rischio. I ribassi profondi coincidono quasi sempre con recessioni, cioè con i momenti in cui il reddito da lavoro e i fatturati aziendali sono sotto pressione. Chiedere a una famiglia di investire capitale aggiuntivo proprio in quella fase è chiederle la cosa più difficile nel momento peggiore.
- È, di fatto, market timing. Aspettare il -30% per entrare significa decidere in base al prezzo, non in base al proprio piano. E l’esperienza dice che chi aspetta il ribasso perfetto spesso resta liquido per anni.
- Ignora il cambio, ed è l’errore più sottile. Il 2025 lo ha mostrato con chiarezza: per un investitore europeo la svalutazione del dollaro contro l’euro ha assorbito buona parte dei rendimenti pur positivi degli indici statunitensi e globali. Un -30% in dollari non è un -30% in euro, e viceversa. Il termometro va letto nella valuta in cui si vive e si spende.
La versione 2026 della quarta regola è quindi meno spettacolare e molto più utile:
Decidi prima, e mettilo per iscritto, cosa farai quando il mercato scenderà. Non decidere mentre scende.
In concreto significa tre cose. Primo: automatizzare gli ingressi con un piano di accumulo, che compra sistematicamente anche e soprattutto nei mesi negativi, senza chiedere il permesso all’emotività. Secondo: definire in anticipo soglie di ribilanciamento, cioè le condizioni alle quali il portafoglio torna ai pesi stabiliti, vendendo ciò che è salito e comprando ciò che è sceso. Terzo: costituire una riserva di liquidità dimensionata sulle spese di alcuni mesi, che ha una funzione precisa, coprire gli imprevisti, e che non va confusa con le munizioni da usare sui ribassi.
La regola del 2018 chiedeva coraggio. La regola del 2026 chiede organizzazione. Il coraggio, nei momenti difficili, non è una risorsa su cui si possa fare affidamento; una regola scritta in anticipo sì.
7. IN SINTESI
- Investire in modo ampio e globale, senza affidarsi a un solo Paese, a un solo settore o a un solo tema tecnologico.
- Selezionare mercati efficienti e strumenti efficienti, valutando i costi come una variabile centrale e non come un dettaglio.
- Assegnare alla componente azionaria un orizzonte di almeno dieci anni, sapendo che è un minimo ragionevole e non una garanzia.
- Scrivere in anticipo le proprie regole di comportamento nei ribassi, invece di affidarsi all’istinto nel momento in cui l’istinto è meno affidabile.
E una quinta indicazione, che non era nell’articolo del 2018 e che oggi metterei prima di tutte le altre: verificare periodicamente se le premesse del proprio piano sono ancora vere. Nel 2018 la premessa era «non esistono rendimenti senza rischio». Nel 2026 quella premessa è cambiata, e con essa una parte del ragionamento. Un piano che non viene mai rivisto non è un piano disciplinato: è un piano dimenticato.